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Dopo
il restauro è emersa tutta la bellezza di questo
bronzo che rappresenta probabilmente un “apoxyòmenos”,
cioè un atleta dopo la gara che si deterge degli
unguenti di cui si era cosparso il corpo e dal
sudore. Si tratta
di
un’opera di straordinaria qualità formale, una delle
poche statue di bronzo che ci sono giunte
dall’antichità. E’ databile al I° secolo a.C
ed è stata realizzata da maestranze greche su un
archetipo del IV° secolo a.C. L’opera protende
lontano dal corpo braccia e gambe secondo le
caratteristiche formali maturate dalle conquiste
tecniche dell’arte ellenistica che saranno
successivamente rappresentate al massimo livello da
Lisippo. Si tratta di una spazialità più libera
rispetto a quella statuaria del periodo classico che
ha avuto come massimo rappresentante Policleto (V
secolo a.C). Queste caratteristiche di movimento e
la spazialità sono state rese possibili dalla
fusione a “cera persa con metodo indiretto” e dalla
tecnica delle saldatura. In questo modo i greci
potevano fondere a parte gli arti, la testa e il
triangolo penico e poi assemblare accuratamente
tutto fino a comporre l’opera finale. La ripulitura
e il restauro hanno messo in luce raffinati dettagli
tecnici che all’inizio potevano essere solo
ipotizzati, come gli inserti in rame nei capezzoli e
nelle labbra, segno di una raffinata volontà di
separazione cromatico e la “lama di luce” tra le
cosce. E’ anche sicura la presenza in origine di
occhi in avorio e pasta vitrea, purtroppo non
conservatici. In particolare i capelli “intrisi di
sudore” sulla fronte sono un realistico dettaglio di
carattere già tardo classico, segno di una
profonda crisi del classicismo. Poi c’è
l’affascinante tema dell’attribuzione
dell’archetipo: non sappiamo ancora l’autore del
bronzo originale dalla quale, mediante i calchi
vennero realizzate le non molte repliche del tipo
pervenute sino a noi. Un altro aspetto interessante
è la mancanza dei perni sotto i piedi della statua
usati generalmente per l’ancoraggio ad un
piedistallo. Durante il recupero della statua è
stata rinvenuta anche la base decorata con meandro
a svastica su tre lati che doveva essere posta a
rivestimento di un plinto in pietra o marmo che
può far pensare ad una collocazione del bronzo
all’interno di una nicchia a parete. Per quanto
riguarda la sua storia fino adesso gli esperti
dell’Opificio delle Pietre Dure hanno formulato
l’ipotesi che dopo la sua realizzazione del I°
secolo a.C. il bronzo sarebbe stato posto in
magazzino; qui un topolino fece la sua tana al suo
interno attorno al 20 a.C. ( secondo la datazione al
carbonio 14 sui resti organici rinvenuti) e infine
nella prima metà del II° secolo d.C, fu sottoposto
ad un restauro, e trasportato verso un porto
dell’alto Adriatico destinato probabilmente ad una
ricca villa romana. Questo è stato l’ultimo viaggio
del nostro “apoxyòmenos” perché probabilmente
durante una tempesta i marinai gettarono il carico
in mare per alleggerire il vascello.
(da:www.omnianews.it) |